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AI slop: cos'è, quanto ce n'è davvero e cosa fa Google
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AI slop: cos'è, quanto ce n'è davvero e cosa fa Google

AI slop: cosa significa, quanti contenuti AI ci sono nel web e nei risultati Google, cosa dicono le policy e come leggere un calo in Search Console.

12 agosto 2026#geo#ai#seo

AI slop è la parola dell’anno 2025 per due dizionari e per i linguisti dell’American Dialect Society, ma la domanda con cui mi arriva in consulenza è sempre la stessa: “se scrivo gli articoli con ChatGPT, Google mi penalizza?”. La risposta onesta richiede di separare tre cose che in giro vengono impastate insieme: cosa significa slop, quanti contenuti AI ci sono davvero nel web e nei risultati di ricerca, e cosa fanno le policy di Google. Su tutte e tre esistono numeri verificabili e documenti ufficiali: in questo pezzo trovi quelli, linkati alla fonte, non le impressioni.

Cosa significa AI slop (e da dove arriva la parola)

La definizione operativa è netta: AI slop è contenuto generato con l’intelligenza artificiale, di bassa qualità, prodotto in quantità e non richiesto da chi lo riceve. Slop in inglese è la brodaglia che si dà ai maiali; in italiano Wired l’ha resa con “sbobba”, mentre già a giugno 2024 la terminologa Licia Corbolante proponeva “sbobba artificiale”.

Il termine lo ha reso mainstream Simon Willison a maggio 2024, con un post che vale la pena leggere in originale: Slop is the new name for unwanted AI-generated content. Willison non rivendica il conio, accredita un tweet di @deepfates, ma la sua analogia ha fissato il concetto: come “spam” è diventato il nome delle mail indesiderate, “slop” lo sta diventando per il contenuto AI indesiderato. Il punto della definizione sta lì, in “non richiesto”: generato in massa e buttato addosso a chi non l’ha chiesto.

Nel 2025 la parola ha fatto il giro dei dizionari: Merriam-Webster l’ha scelta come Word of the Year definendola “contenuto digitale di bassa qualità, prodotto di solito in quantità per mezzo dell’intelligenza artificiale”, l’American Dialect Society l’ha votata parola dell’anno a gennaio 2026, e il Macquarie Dictionary australiano ha premiato direttamente “AI slop”. Non è un modo di dire di nicchia: è entrato nel vocabolario.

Una precisazione che eviterà equivoci per tutto il resto del pezzo: un testo scritto con l’assistenza dell’AI non è slop di per sé. Slop descrive un esito (bassa qualità, in massa, senza revisione), non uno strumento. La differenza si misura, come vediamo tra poco.

⚠️ Quanta sbobba c’è davvero: i numeri misurati

Sul “quanto” i dati verificabili esistono e raccontano una storia in due tempi.

Primo tempo: il web si sta riempiendo di contenuto AI. Lo studio di Graphite su decine di migliaia di articoli campionati da Common Crawl fissa la data del sorpasso: a novembre 2024 gli articoli generati con AI pubblicati sul web hanno superato quelli scritti da umani, per poi stabilizzarsi attorno alla parità. Ahrefs, su 900.000 pagine nuove di aprile 2025, misura che il 74,2% contiene almeno una parte di contenuto AI; attenzione a leggere bene il numero, perché il contenuto interamente AI è solo il 2,5%, mentre il grosso (71,7%) è misto umano più AI.

Secondo tempo, ed è quello che i titoli allarmistici saltano: nei risultati di ricerca la proporzione crolla. Il monitoraggio continuo di Originality.ai sui primi 20 risultati di Google rileva a settembre 2025 un 17,31% di contenuti classificati come AI. La stessa Graphite osserva inoltre che gli articoli AI del suo campione quasi non compaiono né in Google né nelle risposte di ChatGPT. Il filtro, evidentemente, esiste già: il web si riempie di slop, la SERP molto meno.

A novembre 2024 gli articoli AI hanno superato quelli umani sul web. Nei primi 20 risultati di Google, però, i contenuti classificati come AI sono meno di uno su cinque: la sbobba si pubblica, ma non ranka.

Google penalizza i contenuti AI? Cosa dicono policy e dati

La posizione ufficiale è pubblica da febbraio 2023 e non è cambiata: la guida di Google sui contenuti generati dall’AI si intitola, alla lettera, “premiare i contenuti di alta qualità, comunque siano prodotti”. Il focus dichiarato è sulla qualità del contenuto, non su come viene realizzato. Nello stesso documento sta anche il confine: usare l’automazione, AI inclusa, per generare contenuti con lo scopo primario di manipolare il ranking viola le policy antispam.

Quel confine oggi ha un nome preciso nelle spam policies: scaled content abuse, cioè “generare molte pagine con lo scopo primario di manipolare il posizionamento e non di aiutare gli utenti”. Tra gli esempi c’è proprio l’uso di strumenti di AI generativa per produrre molte pagine senza valore aggiunto. Nota bene cosa dice e cosa non dice: colpisce la scala senza valore, non lo strumento. Pagine in massa fatte a mano da content farm umane ricadono nella stessa policy.

Che non sia teoria lo dicono due serie di dati. La prima è di Google stessa: con l’update di marzo 2024 l’obiettivo dichiarato era ridurre del 40% i contenuti di bassa qualità e non originali nei risultati; a rollout completato, il 26 aprile 2024, la nota ufficiale corregge al rialzo: il 45% in meno. La seconda è indipendente: Ahrefs, su 600.000 pagine nel 2025, trova una correlazione tra quota di contenuto AI e posizione pari a 0,011, cioè zero; il follow-up di luglio 2026 su un milione di pagine dai top-10 aggiunge la sfumatura che conta: le pagine ai primi posti tendono ad avere una quota di AI bassa (il 54,7% ne ha meno del 20%) e il contenuto quasi interamente AI cresce man mano che si scende in classifica. Il titolo di quello studio è la sintesi migliore che io abbia letto: Google non punisce il contenuto AI, punisce il contenuto scadente.

Anche le persone di Google, quando parlano, dicono questo. Liz Reid, responsabile della Search, in un’intervista di aprile 2026 riportata da Search Engine Land: prima dello slop AI c’era lo slop umano; il lavoro è far sì che il contenuto di valore bassissimo non emerga, chiunque l’abbia prodotto.

Se invece il tuo traffico è già calato e vuoi capire se c’entra tutto questo, le prossime due sezioni ti danno prima i segnali e poi il metodo per verificarlo sui tuoi dati.

✅ Come riconoscere l’AI slop: cinque segnali

Prima di aprire Search Console conviene guardare i contenuti stessi. Questi sono i cinque segnali che uso io quando metto le mani su un blog che “pubblica tanto ma non ranka”; nessuno da solo è una condanna, contano densità e ricorrenza:

  1. Affermazioni senza fonte: numeri, percentuali e “gli studi dicono” senza un link verificabile accanto. Il singolo marcatore più affidabile.
  2. Aggettivi senza dato: “soluzione innovativa”, “risultati straordinari”, “strategia efficace” che non poggiano su niente di misurato.
  3. Tipografia non italiana: trattini lunghi dove l’italiano non li usa, Maiuscole All’Inglese nei titoli, apostrofi mischiati, residui di formattazione markdown.
  4. Zero esperienza diretta: nessun caso reale, nessuno screenshot proprio, nessun “l’ho fatto e questo ho misurato”. Il testo potrebbe stare identico su cento altri siti.
  5. Struttura fotocopia: stessi attacchi di paragrafo, stesse transizioni, stessa chiusura riassuntiva su ogni articolo del sito, il pattern della generazione in serie senza revisione.

Il quinto segnale, in realtà, è il riassunto degli altri quattro: il tempo di revisione umana è vicino allo zero, e si vede.

⚠️ Il calo in Search Console: come capire se c’entra lo slop

Se un sito che pubblica molti contenuti AI vede il traffico scendere, l’istinto è concludere “Google mi ha beccato”. A volte è vero. Spesso no, e la differenza si vede in Search Console con un metodo che chiunque può applicare da solo.

Il primo incrocio da fare è con le date degli update, che sono pubbliche sulla Search Status Dashboard: al momento in cui scrivo gli ultimi sono il core update di dicembre 2025 (partito l’11/12), lo spam update e il core update di marzo 2026 (24 e 27/03), il core update di maggio 2026 (21/05) e lo spam update di giugno 2026 (24/06). Un calo a gradino che parte in quei giorni parla di update; un calo graduale che parte quando hai iniziato a pubblicare in serie parla dei contenuti.

Il secondo passo è segmentare: confronta le pagine pubblicate dopo l’inizio della produzione massiva con quelle storiche, su finestre omogenee (28 giorni prima e dopo funziona bene). Se calano solo le nuove, o se le nuove vengono indicizzate ma non entrano mai nelle prime 20 posizioni, il problema sta in quei contenuti, non nel dominio.

Il terzo passo è quello che quasi nessuna guida ti dice: escludere le cause alternative prima di concludere. Una curva identica la producono anche una perdita di backlink, la stagionalità, un competitor nuovo, la cannibalizzazione tra le tue stesse pagine, o le AI Overviews che tolgono click a impressioni ferme, un fenomeno che ho analizzato coi numeri nel pezzo sulla visibilità AI in Search Console. La diagnosi “è colpa dei contenuti AI” vale qualcosa solo dopo che le altre ipotesi sono cadute: se un consulente te la vende al primo sguardo, senza segmentare, diffida.

✅ Come uso l’AI senza produrre slop: il processo di questo blog

Te lo dico senza girarci attorno: anche questo articolo nasce da un processo in cui l’AI fa una parte del lavoro. La differenza tra assistenza e sbobba non è ideologica, è operativa, e te la mostro sul caso che conosco meglio.

Ogni pezzo di questo blog passa da controlli che stanno prima e dopo la scrittura. Prima: le fonti si leggono alla fonte primaria, mai dal riassunto di qualcun altro, e ogni numero citato deve avere l’URL originale accanto (in questo pezzo li hai contati). Dopo: la revisione è mia, riga per riga, e in fase di build girano controlli automatici che bloccano proprio i marcatori tipici della produzione non revisionata, dagli accenti surrogati ai trattini tipografici che l’italiano non usa, fino alla verifica che i link interni non puntino nel vuoto. Se un controllo fallisce, il sito non si pubblica: non è buona volontà, è un vincolo tecnico che mi sono imposto.

Due cose che ho imparato facendolo. La prima: i detector di contenuto AI sono strumenti statistici, non verdetti; lo studio Graphite dichiara un 4,2% di falsi positivi sul proprio metodo, il che significa che testi umani vengono regolarmente classificati come AI. Usali per orientarti su grandi volumi, mai per condannare un singolo testo. La seconda: il collo di bottiglia vero non è generare, è verificare. Il tempo che l’AI mi fa risparmiare in stesura lo reinvesto quasi tutto in controllo delle fonti, ed è esattamente il passaggio che lo slop salta.

Il criterio finale: valore aggiunto, non strumento

La sintesi sta in tre righe. Slop è un esito, non uno strumento: contenuto di bassa qualità prodotto in massa e senza revisione, e i dizionari del 2025 gli hanno dato un nome proprio perché il fenomeno è esploso. Google non ha una penalità per l’AI: ha una policy contro la scala senza valore, e i dati di rollout e gli studi indipendenti mostrano che il filtro funziona già oggi. Un calo di traffico, infine, va diagnosticato con le date, la segmentazione e l’esclusione delle alternative, non con la paura.

C’è un ultimo rovescio, ed è quello che guarda avanti: chi produce slop oggi perde due volte, perché Google lo scarta dai risultati e i motori generativi non lo citano tra le fonti, dove entrare richiede contenuti che l’AI possa verificare. Se il tuo problema non è “quanto pubblico” ma “perché non vengo scelto”, è il lavoro che faccio nella consulenza GEO: raccontamelo da uno dei canali qui sotto.

❓ Domande frequenti

Cosa vuol dire AI slop?
Contenuto generato con l'intelligenza artificiale, di bassa qualità, prodotto in quantità e non richiesto da chi lo riceve. Il termine è stato popolarizzato da Simon Willison a maggio 2024 con l'analogia con lo spam, e nel 2025 è diventato parola dell'anno per Merriam-Webster e per l'American Dialect Society (il Macquarie Dictionary ha premiato direttamente 'AI slop'). In italiano è stato reso con 'sbobba'. Non indica qualunque testo scritto con l'AI: indica l'esito di bassa qualità pubblicato in massa senza revisione.
Google penalizza i contenuti scritti con l'intelligenza artificiale?
No, non in quanto tali. La guida ufficiale di Google del febbraio 2023 dichiara che viene premiato il contenuto di alta qualità comunque sia prodotto. Quello che le spam policies colpiscono è lo scaled content abuse: molte pagine generate con lo scopo primario di manipolare il ranking, senza valore per gli utenti, con qualunque mezzo. I dati confermano: Ahrefs ha misurato correlazione zero tra quota di contenuto AI e posizione, e l'86,5% delle pagine nei primi 20 risultati contiene almeno una parte di contenuto AI.
Quanto contenuto AI c'è nei risultati di Google?
Molto meno che nel web. Sul web nuovo, Graphite ha misurato che da novembre 2024 gli articoli generati con AI hanno raggiunto e superato quelli umani, e Ahrefs che il 74,2% delle pagine nuove contiene almeno una parte di contenuto AI. Nei primi 20 risultati di Google, però, Originality.ai rileva a settembre 2025 solo un 17,31% di contenuti classificati come AI: la maggior parte dello slop si pubblica ma non ranka.
Come capisco se un calo di traffico dipende dai contenuti AI?
Con tre passaggi in Search Console. Primo: incrocia la data di inizio del calo con le date ufficiali degli update sulla Search Status Dashboard; un gradino in quei giorni parla di update, una discesa graduale da quando pubblichi in serie parla dei contenuti. Secondo: segmenta le pagine pubblicate dopo l'inizio della produzione massiva rispetto a quelle storiche, su finestre di 28 giorni; se calano solo le nuove, il problema è lì. Terzo: escludi le cause alternative, come perdita di link, stagionalità, cannibalizzazione o AI Overviews che riducono i click a parità di impressioni.
Posso continuare a scrivere gli articoli del blog con ChatGPT?
Sì, a condizione che il processo attorno sia umano: fonti verificate all'origine, dati con riferimento, revisione vera riga per riga e un valore che il lettore non trova identico in dieci altri articoli. La policy di Google non vieta lo strumento, vieta la produzione in scala senza valore aggiunto. Il segnale pratico: se il tempo di revisione e verifica è vicino a zero, stai producendo slop, qualunque sia il modello che usi.
Cos'è lo scaled content abuse?
È la policy antispam di Google che copre la generazione di molte pagine con lo scopo primario di manipolare il posizionamento invece di aiutare gli utenti. Tra gli esempi ufficiali c'è l'uso di strumenti di AI generativa per produrre molte pagine senza valore, ma la policy vale con qualunque mezzo, anche umano. È il quadro dentro cui va letto l'update di marzo 2024, che a rollout completato ha dichiarato il 45% in meno di contenuti di bassa qualità e non originali nei risultati.
Enrico Morano
Sviluppatore PrestaShop freelance da quasi 10 anni - debug, performance, moduli custom

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